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Anello del Monte Ventolone

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Anello del Monte Ventolone 

A cura del Prof. Antonio Mazzetti

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Presentazione:
Il percorso può rappresentare la naturale continuazione dell’anello di monte Piccolo, offrendo in questo caso un’opportunità di largo respiro naturalistico. La passeggiata, che presenta tutta la salita nel tratto iniziale, parte dalla Piazzetta di san Marco, in direzione nord. Superato il capitello della Madonna si prosegue fino alla stretta doppia curva. Qui lasciamo l’asfalto e, andando sempre dritti, superiamo gli ultimi coltivi per entrare nel bosco e salire fino ai resti della casetta sulla sella tra monte Piccolo e Ventolone (in pratica si fa al contrario l’ultimo tratto dell’anello di monte Piccolo). A nord della casetta, sopra l’imboccatura del calto, si svolta a sinistra e in comodo falsopiano si attraversa tutto il fresco versante boscoso del monte Ventolone, uscendo alle spalle del Mottolone, sopra la Val Pomaro. Prendendo a sinistra inizia la rapida discesa su stradella, in asfalto e poco trafficata, che ci riporta in paese. I periodi migliori sono la primavera e l’autunno. Di grande suggestione sono le giornate invernali quando la nebbia copre la pianura: in quei giorni le cime dei colli spuntano dal "mare bianco" come isolotti e brillano al sole nel cielo terso.

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Si lascia la Piazzetta di San Marco volgendo le spalle all’arco della Loggia dei Vicari. Prendiamo la strada del monte verso il ristorante Miravalle e, giunti al bel capitello votivo della Madonna, si prosegue dritti per l’ombrosa salita fino alla doppia stretta curva di Via Fontanelle. Misurando i passi, perché l’ascesa sarà ancora piuttosto lunga, viene da pensare alla curiosa somiglianza di nome tra il nostro monte Ventolone e il ben più famoso e alto mont Ventoux (Ventoso), nella dolce terra di Provenza, che il giovane Francesco Petrarca scalò assieme al fratello Gherardo. Chissà se l’anziano Poeta, che ad Arquà aveva già trovato assonanze di paesaggio con la perduta Toscana, sorrise di questa ulteriore convergenza quando, nel 1370, acquistò nella Contrada Ventoloni un campo e mezzo di terra da aggiungere a quanto già possedeva per dono di Jacopo da Carrara. Sul bordo della curva inizia la stradina, lastricata i primi metri poi sterrata, che sale incavata negli strati di scaglia rossa, sconnessi e posti quasi in verticale dall’emersione delle rocce laviche che hanno formato il complesso eruttivo dei monti Ventolone e Piccolo. Passiamo tra gli ultimi assolati coltivi, con olivi e un’interessante piantagione di roveri, fino al margine della boscaglia. Già a febbraio sulle rive spuntano le prime violette e un giovane nocciolo mostra i gialli amenti carichi di polline: l’osservatore attento vedrà anche le infiorescenze femminili, piccole, simili a gemme, sormontate da un ciuffetto di rossi stimmi. Giunti sull’angolo superiore dell’oliveto, riprendiamo fiato ammirando il bel paesaggio verso i coni di Calaone, il Covolo del monte Cecilia, la punta del campanile di Valle San Giorgio, la pianura e la bella massa boscosa del monte Ricco. Affrontiamo l’ultimo tratto dell’erta entrando nella boscaglia piuttosto disordinata a robinia, rovo, sambuco, edera, evonimo, olmo e spaccasassi, cresciuta su terreno un tempo lavorato. Seguendo l’antica mulattiera, ingentilita a fine estate dalla comparsa dei colchici e a primavera da qualche bucaneve, notiamo sulla sinistra vari affioramenti di riolite, la roccia lavica che forma il complesso Ventolone - Piccolo. Giunti sulla sella, passiamo a fianco dei resti dell’abitazione, dove visse Felice Bajoche e, scendendo pochi passi tra le robinie, usciamo su un rettangolo di campo inclinato che offre un incantevole colpo d’occhio su Arquà, la piana e i colli circostanti. E’ una vista che, dopo la fatica della salita, impone una giusta sosta. Ritornati presso la casetta può essere interessante seguire il largo sentiero che in direzione est corre sul crinale fino alla cima del monte Piccolo. Non faremo molta strada ma sarà sufficiente per gustare l’atmosfera soffusa di dolcissima luce, incontrando belle roverelle, carpini neri, lecci e qualche vecchio pino, prima di invertire la marcia e lentamente tornare alla sella. Durante questa digressione vedremo spuntare, ai margini del sentiero, piacevoli roccette vulcaniche. La Carta Geologica dei Colli Euganei indica, alle spalle dei resti della casetta, anche la presenza di un frammento di scaglia rossa, che durante la nascita del colle è stato strappato e sollevato dalla viscosa lava riolitica, rimanendo appiccicato alla schiena del monte. Notizia quanto mai verosimile e stimolante che però non trova conferma nel corso dei nostri sopralluoghi: lasciamo perciò al lettore interessato e curioso l’emozione della ricerca e della conferma dell’indicazione. Ritroveremo, in ogni modo, le scaglie calcaree in uscita dal bosco, alle spalle del Mottolone. Riprendiamo quindi il tracciato principale scendendo verso nord, tra snelle robinie dal tronco ricoperto d’edera. In breve siamo al bivio, dove arriva il sentiero "Atestino" che ha fatto il giro del monte Piccolo: svoltiamo a sinistra e siamo all’imboccatura del vallone del Calto del mago. Il luogo è calmo, appartato, e una panca invita a sederci: a volte si sente il rumore del vento che risale la gola scuotendo le cime degli alberi. Sopra l’orlo del calto vi è una profonda buca tappezzata di felci, muschi e sambuchi. Un tempo utilizzata come riserva d’acqua per le colture, ora è il punto d’abbeverata per gli abitanti del bosco: oltre alle varie tracce lasciate sul fango, possiamo osservare salamandre e altri anfibi. Riprendiamo il comodo sentiero appoggiato al fianco del Ventolone. Sono ancora ben visibili i vecchi terrazzamenti, sopra i quali è cresciuta la solita boscaglia a robinia e sambuco con rovi, edera ed asparago selvatico. Bello il colpo d’occhio sull’altra sponda del vallone. Il sentiero scende dolcemente e la vegetazione diventa più armoniosa con castagno, orniello, roverella, erica arborea, ginestrella e cespuglietti di cisto a foglie di salvia; sono presenti anche dei vecchi pini neri messi a dimora cinquant’anni fa. Il sentiero, sempre ben ombreggiato, piega a destra: incontriamo del pruno spinoso e la fitolacca dai cavi tronchi porporini che a fine estate sostengono lucidi grappoli di nere bacche, un tempo usate come richiami per catturare, con i terribili archetti, pettirossi e altri uccellini. La vegetazione si fa bella e interessante, serena, ben osservabile sopra la riva formata da compatta riolite colonnare o da friabile materiale detritico. Vediamo pungitopo, asparago pungente, gallio attaccamani, tamaro, ma soprattutto grandi eriche arboree e notevoli corbezzoli: tipici esponenti della flora mediterranea. Il sentiero è piacevole in ogni stagione e calando dolcemente mostra ancora corbezzoli ben cresciuti, cui fanno degna compagnia belle roverelle sul versante inclinato e favorito dal sole del mattino. Superato un breve impluvio, il sentiero piega verso destra ed inizia un tratto a robinia che in passato sembra essere stato coltivato e ordinato a terrazze. Nelle stagioni in cui la vegetazione lo consente vediamo, oltre il fianco boscoso del monte Piccolo, la pianura che corre alla laguna di Venezia. Riprende quindi la bella vegetazione mediterranea con cisto a foglie di salvia sulla scarpata, l’erica arborea, il corbezzolo, l’orniello, la rovere e qualche castagno. Giunto sullo spallone nord orientale il sentiero piega a sinistra, aprendo la vista sul giardino di villa Barbarigo, da dove un doppio filare di cipressi sale sul monte Stàffolo, e sul delizioso borgo di Valsanzibio, con il bel campanile della pieve di san Lorenzo ai piedi del monte delle Grotte. Fino a qualche decennio fa quella costa assolata, ora invasa da una trista boscaglia a robinia, era curata e ordinata come un giardino ad olivi, mandorli, fichi, ciliegi, viti e ogni sorta di primizie. Davanti, più basso, parte il crinale che chiude il golfo delle Regianziane e di Corte Vigo: all’inizio pallido d’olivi, poi arruffato di castagni e roveri, sale fino alla cima dell’Orbieso dove, già nel XIII secolo, sorgeva il piccolo convento, prima benedettino poi camaldolese, di Santa Maria di monte Orbise. Dietro, da una parte, abbiamo la massa allungata del Venda e dall’altra gli edifici dell’eremo camaldolese di monte Rua. Il luogo merita una sosta, all’ombra di due roveri: sulla scarpatina vediamo dei cespuglietti di brugo che a fine estate innalzano spighette d’un gioioso lilla intenso. Riprendiamo il cammino calando dolcemente dentro il fresco versante nord, dominato dal fitto bosco trascurato di castagno, che con forte pendenza scende al fondo del Calto Callegaro. Superato un groppo di roccette il sentiero si restringe e prosegue in lieve discesa, accompagnato dal canto degli uccelli che danno un senso di pace e serenità al nostro tranquillo andare. Osserviamo larghi e morbidi cuscini di muschi tra i quali a primavera fioriscono specie d’ambiente quasi montano: epimedio alpino, dente di cane, polmonaria, anemone epatica. D’improvviso il sentiero ritorna ampio e la scarpata rocciosa mostra la chiara fessurazione colonnare della riolite; verso valle abbiamo un bel rovere. A fine estate incontriamo la barba di capra, la fitolacca e le gialle infiorescenze della verga d’oro, dalle quali si ottiene un infuso che è un efficace digestivo e un forte diuretico. Poco più avanti uno slargo, al fondo di un ampio seno, ospita una panchina: il silenzio è profondo e chi non ha fretta onori il luogo sostandovi un poco. Il sentiero prosegue piano, tagliando una coltre di sfasciume detritico che scende sul ripido fianco del colle, in parte ricoperto da felce aquilina. Dopo un paio di svolte si stacca, con una stretta piega sulla destra, il sentiero "Atestino", che scende obliquo nel bosco fino al Calto Callegaro, presso le case di Corte Vigo. Proseguiamo dritti sulla nostra ampia stradina, che un poco sale avvicinandosi al fianco occidentale del colle. Segue un breve tratto sinuoso con una discesa ed una risalita nel corso delle quali ritornano la robinia, il sambuco, l’edera e i rovi, indizio di un passato disboscamento. Incontriamo un vecchio maronaro malandato: osservando con attenzione i suoi rami scopriamo numerosi fori prodotti dal picchio rosso maggiore. Una volta abbandonati dal picchio, questi fori, se non lo sono già, potranno diventare nidi per altri uccelli come la cinciallegra, il codirosso, l’assiolo, il torcicollo. Dopo pochi metri si esce a fianco di un ripido prato abbandonato. L’ultimo tratto di salita è una rampa ombrosa, dove ritroviamo gli strati della scaglia calcarea. Ci accompagnano robinia, carpino nero e bianco, polmonaria, bucaneve, colchico autunnale, cicoria selvatica, saponaria e grandi noccioli. Ispezionando alla base dei noccioli troveremo i resti del lavoro dei piccoli roditori per estrarre il saporito e nutriente seme. I ghiri frammentano i gusci nelle nocciole con i forti incisivi; i moscardini, che sono meno robusti, aprono i gusci praticando fori assai precisi, mentre quelli aperti dai topolini selvatici presentano fori dai margini irregolari. Alla fine usciamo sulla carrozzabile sterrata alle spalle del Mottolone. Se non abbiamo già visitato la cima del Mottolone nel precedente giro della Val Pomaro, e vogliamo gustare uno splendido paesaggio, andiamo a destra di alcuni passi e imbocchiamo la stradina sconnessa che sale alla cima del dosso. A questo punto il Giro del Ventolone, nella sua specificità, può considerarsi concluso. Per la parte riguardante la descrizione del paesaggio dalla cima del Mottolone ed il rientro ad Arquà, si rinvia il gentile lettore alla descrizione del tratto finale del "Giro della Val Pomaro e del Mottolone" a pagina.