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Il Giro delle Contarine

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Il Giro delle Contarine

A cura del Prof. Antonio Mazzetti

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Presentazione:
Itinerario particolarmente facile e vario che dal cuore d’Arquà, lungo i crinali panoramici dei monti Castello e Bignago, scende alla piana valliva delle Contarine. Attraversata la campagna si prosegue lungo il bordo orientale del monte Cecilia e, raggiunta la strada Provinciale del Sassonegro, si rientra ad Arquà per l’amena valletta che sale alla casa del Petrarca.

Foto dell'itinerario

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Dalla piazzetta di San Marco, passiamo sotto gli archi della Loggia dei Vicari, un tempo coperta, che conserva alcuni stemmi lasciati dai nobili padovani che ressero la Vicaria per la Repubblica di Venezia. Costeggiando il breve sagrato a fianco del campanile dell’antico oratorio della SS. Trinità, saliamo per via Montecastello. Una scalinata porta alla sommità del colle, sul quale sorgeva il castelletto nominato in un primo documento nel gennaio del 985. L’imperatore Ottone I lo passò agli Estensi, questi lo dettero in feudo al normanno Rodolfo, definito in una pergamena del 1040 "habitator in castro Arquade". Ora sulla cima spianata, nel mezzo di un praticello tra i lecci e i cipressi, si alza l’obelisco posto a ricordo dei Caduti. A lato della scalinata seguiamo il viottolo che passa tra il retro di una casa lunga e il fianco dell’altura. Alla fine del muro si apre un aereo panorama sul borgo basso con la Parrocchiale, il bel sagrato, la pittoresca osteria "del guerriero", il quattrocentesco palazzo Contarini in stile gotico veneziano, e le case stese al sole sulla costa del monte. Proseguendo vediamo l’alto versante del monte Piccolo, il colle Bevilacqua con la rosata casa Badoera, la cupola del Calbarina e il monte Ricco ai piedi del quale si stende la campagna valliva. La stradina è piana e corre sopra un vecchio oliveto, ombreggiata da olmi, ornielli, melograni, bagolari, sambuchi e dallo spino di Giuda armato di terribili spine legnose. Sulla riva vediamo l’asparago pungente, il ligustro e le lucide foglie triangolari del gigaro; non mancano i rovi, la temibile marruca e la rosa di macchia. Proseguiamo con andamento dolcemente sinuoso ed in debole discesa: compaiono bei roveri e il sottobosco si arricchisce per la comparsa del pungitopo: il luogo è silenzioso ed appartato. In breve siamo sul crinale ed il paesaggio s’ampia a ponente verso i coni vulcanici dei monti Castello e Cero, davanti ai quali si stende la dolce schiena del Covolo, che a nord scende sul passo del Sassonegro e a sud prosegue con le morbide forme del monte Cecilia. Inizia una breve discesa ed il sentiero s’infossa tra alti bagolari, robinie, qualche biancospino e l’immancabile ligustro. Usciamo a lato di una villetta sopra la strada Provinciale, in faccia al moderno edificio del ristorante "Serena". Bello il capitello di sant’Antonio sul ciglio assolato del colle, visto tra i due eleganti pilastri cilindrici d’accesso ad un fondo rustico. Attraversiamo la strada piegando a destra e, superato l’accesso al ristorante, proseguiamo brevemente in discesa per imboccare la vietta asfaltata che sale ripida sulla sinistra entro una scura galleria d’alberi. La rampa è breve e passando a lato di alcune case la strada diventa piana e luminosa. Camminiamo quasi sul crinale del monte Bignago, con bella vista sul golfo della Comezzara: ci accompagna un’alta riva terrosa, sostenuta da robinia, ailanto e orniello, mentre a valle abbiamo una siepe di gelso della carta o moro cinese. Incontriamo alcuni bei roveri e sulla sinistra una rustica casetta in mattoni addossata al monte. Inizia la dolce discesa ed in breve usciamo in piena luce sopra il ciglio di una profonda cava di calcare, che in passato alimentava una fornace da calce. Siamo su un terrazzo panoramico: ci fermiamo un momento per osservare il monte Ricco e la gran cava delle More (un milione di metri cubi di pietrisco) che ha troncato il dosso del monte Castello. Da quella posizione elevata il castello era in contatto visivo con i castelli del Cecilia e di Calaone, con quello più lontano in cima al monte Cinto ed infine con il fortilizio di Arquà: nel medioevo queste rocche in faccia alla pianura formavano, assieme ai castelli di Monselice ed Este, una formidabile linea di difesa di grande importanza strategica. L’ultimo tratto di discesa, con una stretta serpentina sul fianco della cava, ci porta al piano presso il bivio del ristorante "Contarine". Passando davanti a villa Bignago, già dei Contarini, attraversiamo la strada per imboccare, alle spalle del ristorante, la via che scende a sinistra. La stradella, stretta e asfaltata, taglia la piana che s’insinua tra il promontorio del Bignago ed il margine ondulato del monte Cecilia correndo, poco elevata, sulla campagna dalla scura terra torbosa. Questa bella campagna fino al XIX secolo fu un luogo paludoso, tanto che l’agricoltura che sosteneva gli abitanti del villaggio d’Arquà era concentrata solo sul monte. Le prime bonifiche consistenti cominciarono dopo l’Unità d’Italia a carico di alcune famiglie di ricchi possidenti, che avevano acquistato la terra dallo Stato, il quale le aveva requisite ai numerosi enti religiosi che avevano proprietà sul territorio. Negli anni Venti del Novecento queste terre furono teatro delle famose lotte contadine, guidate da Alezzini, per una più equa distribuzione degli affitti agrari. Il paesaggio è aperto e luminoso: vediamo il borgo alto d’Arquà, adagiato tra il monte Castello ed il Ventolone, il solco sinuoso della Val Pomaro e le dorsali calcaree delle Oche e delle Marlonghe che salgono verso la schiena piatta del Fasolo. Dietro si staglia il Venda e poco a levante il cono del Rusta e la cima pianeggiante del Gemola con la suggestiva villa Beatrice. Accostandoci al monte svoltiamo a destra per l’antica Via Comezzara. La stradina è stretta e tutta curve, ma piacevole, e scivola via sull’unghia del colle tra alte siepi e i campi un poco sotto. Dall’altra parte della valle osserviamo la massa boscosa del monte Ricco, il morbido crinale del monte Castello e del Bignago, che prima abbiamo percorso; in primo piano coltivi e ben tenuti orti e giardini. Bella, soprattutto nei tardi pomeriggi estivi, la luce di questa piccola campagna raccolta tra dolci alture. Alla fine di un breve rettilineo tra le viti abbiamo un breve dosso, formato dal solco di un rio che scende da una tranquilla valletta. Passiamo a lato di una corte rustica, dove sembra permanere un’atmosfera d’altri tempi e, allo sbocco della valle delle Pechéte, svoltiamo a destra, accostandoci all’ombrosa scarpata di roccia. Osserviamo che le scaglie calcaree sono state interrotte e scomposte da un filone lavico di latite, che si presenta piuttosto alterata e mostra una grossolana fessurazione colonnare. Seguiamo la rampa chiusa da alte siepi che sale il breve sperone calcareo, alla cui sommità arriva il sentiero che scende dal borghetto del Sassonegro. Giù nella campagna, alla base del dosso, scaturisce la famosa fonte Sita, ora captata dall’acquedotto del paese. Durante la Prima Guerra mondiale nei pressi della fonte, in terre allora della famiglia Centanin, fu allestito un campo d’aviazione militare, esteso su circa venti ettari. Ora la nostra stradella piega a sinistra e scende ombreggiata da roveri, ornielli, robinie, gelsi della carta, spaccasassi, aprendo un altro piacevole scorcio su Arquà. Ancora alcune serpentine tra i coltivi in piano e si giunge sulla strada provinciale che sale al passo del Sassonegro. Giriamo a destra e incontriamo il ristorante Segato, posto sotto la strada, la cui insegna è una lastra di trachite sospesa. A sinistra vediamo l’inizio della stradella del monte delle Oche e il bianco ristorante che ricorda la poetessa romantica, d’origine armena, Vittoria Aganoor, che ebbe possedimenti verso il Sassonegro. Siamo all’altezza della vecchia Corte Lovo: svoltiamo a sinistra per Via Valleselle, passando a lato della recente lottizzazione. L’antica stradella entra nella dolce valletta, snodandosi tra siepi e campi in piacevole ombra. Guardando in alto tra i rami, chi ha confidenza con la casa del Petrarca potrà riconoscere il balcone del poeta illuminato dal sole. Nella parte superiore, verso lo sbocco della Val Pomaro, la via s’infossa in una galleria verde con bagolaro, robinia, acero campestre e rovere fino a confluire in un incrocio. Qui giriamo a destra accostandoci al monte e iniziando la breve rampa che ci porta alle prime case del paese. Eccoci quindi sotto l’alto muraglione dal quale sporge il balcone della cameretta del cantore di Laura. La via fra le case è quanto mai suggestiva e, passando davanti al giardino della casa del Poeta (che penso avremo già visitato con calma), concludiamo la nostra passeggiata in piazzetta San Marco.