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Il Giro del Monte Calbarina

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Il Giro del Monte Calbarina

A cura del Prof. Antonio Mazzetti

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Presentazione:
Percorso naturalistico facile e molto vario, che dal borgo alto di Arquà porta a scoprire sentieri assolati e angoli boschivi freschi ed appartati. Si può fare in ogni stagione, ma dà il meglio di sé in primavera ed in autunno La forma quasi perfetta a cupola del Calbarina ci consegna il più evidente esempio di laccolite dei colli Euganei. Così i geologi chiamano queste particolari strutture vulcaniche, prodotte dalla risalita di magmi che non ebbero la forza di squarciare le formazioni sovrastanti, ma si limitarono ad espandersi tra uno strato e l’altro delle rocce sedimentarie, sollevandole dolcemente e formando una morbida collinetta calcarea che al suo interno conserva il duro cuore lavico che l’ha generata. Presso i botanici, invece, il monte Calbarina è famoso per la sorprendente varietà di orchidee che ospita.

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Anche quest’itinerario inizia dalla piazzetta San Marco. Scendiamo a fianco dell’oratorio della SS. Trinità, la cui abside è sostenuta da un arco lastricato in scaglia sopra il quale spicca un bassorilievo con Madonna e Bambino dalla ieratica espressione bizantina. Fatti pochi passi accostati all’antico muraglione che poggia direttamente sulla scaglia del colle, imbocchiamo sulla sinistra la stradina che passa sotto il giardino della cinquecentesca casa Mentasti, dal quale sporge un gran pino domestico dalla rada chioma. La villa, rimaneggiata all’inizio del Novecento in stile gotico, nell’ottocento appartenne allo storico padovano Carlo Leoni. La vietta, anticamente detta strada Spinèi, si snoda piena di luce al mattino e soffusa d’ombra nel pomeriggio. Camminiamo in piano con bella vista sul borgo basso, la Parrocchiale, il monte Ricco e la campagna. In alto vediamo la cima del monte Piccolo e piegando a destra superiamo un piccolo calto, quindi la stradina sale ombreggiata da una varia vegetazione con acero, spino di Giuda, bagolaro, robinia, ailanto, albero di Giuda, biancospino, melograno, marruca, asparago selvatico e qualche ciuffo di pungitopo. Alla fine si esce su un dosso assolato, dove incontriamo l'antica via Guastura, detta anche Rajaùro, lungo la quale veniva fatto scendere in paese il legname tagliato sul monte Piccolo. A lato del sentierino un bel muro in scaglia ospita un bassorilievo di Gesù nell’orto degli olivi e un’estemporanea spada nella roccia, con una curiosa scritta in latino che fa riferimento a Laura. Di particolare effetto paesaggistico la vista sul monte Castello e il borgo superiore, con i nobili coni di Calaone che fanno da sfondo al campaniletto della SS. Trinità. Proseguiamo dritti per la stradina sterrata che scende dolcemente: davanti abbiamo il dosso coronato da un folto di lecci dal quale spunta la torretta di villa Masiero Centanin, a destra il monte delle Monache, con la restaurata casa Badoera, mentre in fondo si alza la cupola del Calbarina. La stradina cala, sempre con bella compagnia di piante, e quando si appressa ad un oliveto l’abbandoniamo scendendo a destra per il viottolino segnato da una rustica staccionata. Lo stretto sentiero passa sopra i coltivi di una valletta appartata, immerso nella vegetazione formata da alloro, rosmarino, spaccasassi, ligustro e berretta del prete. Scavalcato un piccolo impluvio saliamo brevemente tagliando la base del terrapieno che sostiene il giardino ed il posteggio del ristorante "Montanella". Ancora un breve tratto, lungo la recinzione di un ingombro cortile rustico … e finalmente si esce sull’asfalto a pochi passi dall’entrata del ristorante. Scendiamo a destra e, compiuta la curva, subito imbocchiamo a sinistra lo sterrato in direzione di un gruppo di case. La stradina cala dolcemente passando davanti alle abitazioni, fino ad imboccare una breve rampa erbosa che scende sulla via in asfalto del passo dei Ronchi. Seguiamo l’antica strada tortuosa tra gli olivi, ed in breve, sotto la strettoia del passo, incontriamo sulla destra la stradella che taglia a mezza costa il monte Calbarina. Svoltiamo quindi per la stradina sterrata, un tempo detta del Parajso, passando sotto a roverelle ed ornielli. Osserviamo le scaglie calcaree inclinate e in più parti completamente calcificate dai vapori sprigionati dal magma che ebbe l’energia di sollevare ma non di attraversare il fondo dell’antico mare. Piacevole e rasserenante è la compagnia degli olivi, alcuni molto vecchi ed imponenti, alti fino a 10 m e con circonferenze di quasi 4 m. Bella e luminosa questa costa in ogni stagione, ma forse ancor più bella nelle mattinate d’inizio primavera o nei pomeriggi d’autunno. Tra le rade chiome intravediamo lo scenografico susseguirsi dei morbidi profili collinari oltre il chiaro golfo della sottostante valletta del Porto. La stradella prosegue piana e serena con belle fioriture di albero di Giuda verso la fine d’aprile. Uno spazio tra gli olivi apre una finestra panoramica verso la valle dalla scura terra torbosa, sopra la quale s’innalza l’imponente fianco boscoso del monte Ricco, interessato alla base da una grande cava di calcare. Ammiriamo anche il romantico laghetto della Costa, che fu sede del più importante insediamento euganeo dell’età del Bronzo (XVIII sec. a. C.). Alimentato da alcune fonti termali a bassa temperatura fornisce un’ottima qualità di fango che, posto a maturare nelle vasche di macerazione degli alberghi, è impiegato nei trattamenti fangoterapici. Sulla sinistra una rampa porta ad un’ampia radura erbosa, salendola avremo davanti un chiaro esempio di vegro: un prato arido, assolato, privo di humus che, abbandonato per la scarsa redditività, in breve tempo è diventato dominio delle alte graminacee assumendo l’aspetto di una piccola steppa. Anche questa formazione detta brometo (da Bromus, la graminacea dominante) fa parte della sorprendente varietà vegetazionale che i colli Euganei sono in grado di esprimere. Su questi prati aridi fioriscono varie specie di orchidee, alcune anche molto rare. Chi è attratto da queste misteriose e straordinarie presenze potrà avere il piacere di incontrare, tra marzo e giugno: la Serapias vomeracea, la Cephalanthera ensifolia, l’Orchis morio, l’O. purpurea, la Spirantes spiralis, il Limodorum abortivum, l’Ophrys apifera, l’O. insectifera, l’O. araneola, l’Epipactis helleborine, l’E. muelleri, ed altre ancora che hanno reso famoso tra gli appassionati questo bel colle. Proseguiamo tra la bella vegetazione d’ambiente caldo (roverella, carpino nero, orniello, albero di Giuda, marruca, ligustro) sostenuta da forti bancate di scaglia. La stradella scende in un breve seno al fondo del quale una rapida sosta ci consente di cogliere una strana successione di immagini: il bel laghetto della Costa, gli impianti della Cementeria e la Rocca di Monselice. Dall’altra parte vediamo l’arida costa che scende al laghetto e all’incrocio con le strade per Galzignano, Arquà, Monselice e Battaglia. Pochi passi in salita e usciamo sullo spigolo sud orientale del Calbarina, in piena luce e con bella vista sulla pianura a levante di Monselice: vediamo villa Emo alla Rivella, villa Renier presso il delizioso borgo di Monticelli e, nascosto dagli alberi del parco il castello Sgaravatti (Villa Italia) ai piedi dell’ondulato profilo di monte Lispida. A destra arriva la stradella sterrata che ha risalito la costa del laghetto. Per inciso ricordiamo, a lato del crocicchio e alle spalle del ristorante "La Costa", l’antica fonte che l’arciduca Ranieri d’Austria, per valorizzare le proprietà terapeutiche di quell’acqua solforosa, fece nobilitare dallo Jappelli con il bel sacello di gusto neoclassico. Imbocchiamo sulla sinistra il sentiero in scaglia che sale dolcemente sul fianco boscoso dell’altura. Camminiamo all’ombra, accompagnati da robinia, spaccasassi, giovani olmi, acero campestre, orniello; sulla riva sinistra osserviamo ginestra, sanguinella: fatti pochi passi incontriamo il rimboschimento che ricopre buona parte di questo settore del colle. All’orniello si unisce il carpino nero ed il sottobosco è piacevolmente erboso, impreziosito in primavera dalla comparsa delle orchidee; presto però troviamo le conifere, caratteristiche di questo tipo d’impianti che guardava più all’effetto che non all’ecologia delle piante. Sulla destra compare l’immancabile asparago pungente arrampicato su vivaci cespugli di scotano ai piedi di giovani roverelle. In poche decine di metri arriviamo ad un bivio: trascuriamo il sentiero che sale sul crinale del Calbarina e proseguiamo dritti sul fianco del colle. Il sentiero è piacevole, tranquillo, fattibile in ogni stagione, ad aprile ingentilito dai bianchi fiori del biancospino. All’altezza di un bel corbezzolo, dalle foglie sempreverdi simili all’alloro, un sentierino si stacca e cala sulla destra, segnalato da un cartello del Parco che indica: "Stagno di corte Borin". (Il comodo sentiero che abbiamo percorso fino adesso prosegue in quota e, tagliando a mezza costa il fianco boscoso del colle, ci condurrebbe al passo dei Ronchi.) Imbocchiamo quindi il viottolino, subito un po’ ripido, ma che presto si attenua, portandoci in un anfratto boscoso particolarmente tranquillo e appartato. Osserviamo oltre a belle roverelle, un vario sottobosco a pungitopo ed edera, con caglio attaccamani, viole, euforbie, asparago, vincetossico e, a fine estate, l’elegante colchico autunnale e le coroncine di bacche rosse del tamaro sospese ai rami bassi. Ora il sentiero scende serpeggiante nella serena boscaglia termofila a carpino nero e orniello, nocciolo, acero campestre con una bella apertura sul colle di Lispida, gli alberghi termali della Civrana e l’ondulata dorsale dei monti Spinefrasse e Ceva: in fondo la chiara mole del Catajo di Battaglia Terme. Verso il basso, nelle parti più fresche, incontriamo l’elleboro verde, l’anemone fegatella, il dente di cane e la polmonaria. In breve scendiamo al piano, presso una carrareccia a lato di un bel rovere, di fronte allo stagno di corte Borin, sistemato di recente dai Servizi regionali Forestali. Il breve invaso è originato da una sorgente termominerale la cui temperatura varia tra i 23 ed i 28 gradi centigradi, cosa che gli consente nelle giornate invernali di "fumare" come le fonti di Abano. Lo circonda una breve macchia di salici, pioppi, robinia e carpino bianco, mentre una larga fascia di cannuccia palustre si stacca dalla riva verso l’interno. A settembre i bordi sono illuminati dai gialli capolini dei topinambur. Il luogo appartato e silenzioso e la piacevole sistemazione invitano alla sosta: ascoltiamo in pace i canti degli uccellini, i rumori della campagna osservando il fianco boscoso del monte Piccolo. Passando sotto il rovere riprendiamo la marcia lungo la capezzagna che corre sull’unghia del colle tra il bosco e i campi. Stiamo camminando sotto un prezioso bosco misto di querce, ed è frequente sentire il caratteristico verso sgraziato della ghiandaia, un corvide stanziale dalle belle copritrici alari barrate di nero e blu. Ci accompagnano il carpino nero - dalle infruttescenze a pannocchietta membranosa simili a quelle del luppolo, l’acero campestre, l’orniello, il rovere, il nocciolo ed il corniolo. Sulla destra parte una capezzagna che taglia i coltivi verso la strada asfaltata di Via Mondònego. A lato di questa, una decina di metri entro il campo, dove inizia un fossato, sgorga l’antica fontana Dindia, ora un po’ trascurata, ma con il manufatto in mattoni per la raccolta dell’acqua ancora in discrete condizioni, sotto il livello del campo. Lentamente risaliamo la dolce valletta, chiusa a nord est dal breve promontorio di monte Ragno, incontrando un gruppo di castagni. Proseguiamo sull’unghia del monte osservando vigorosi noccioli: già a settembre hanno preparato gli amenti maschili che, passando l’inverno sui rami spogli, saranno pronti a spandere il polline già da febbraio. A fianco di un vigneto, segnato da una riva di salici da legacci, localmente detti stropari, notiamo una traccia che entra nella boscaglia: la seguiamo salendo di poco verso dei castagni; quasi subito si torna a scendere e presso l’uscita, sulla destra, scopriamo con piacere, presso un albero di Giuda ed una roverella, due esemplari di sorbo domestico, dal tronco snello e chiaro, uno dei quali si biforca. Hanno chioma leggera e foglie partite molto eleganti, i frutti sono piccoli pomi piriformi, eduli a maturazione avanzata. La breve deviazione è giustificata dall’incontro con questa pianta, da molto tempo legata all’uomo ma piuttosto rara nei nostri boschi. Ritornati sulla capezzagna riprendiamo la salita verso la parte alta della valletta, ad aprile tappezzata dall'aglio orsino. Entriamo nel canalone dove robinia, sambuco, gelso della carta, nocciolo, bagolaro e carpino formano un’alta galleria sopra belle stratificazioni di scaglia rossa. In breve sbuchiamo presso la staccionata a fianco di via Mondònego, poco sotto il passo dei Ronchi, dove troviamo due tabelle del Parco che indicano il Sentiero del Calbarina ed il Sentiero del monte Piccolo. Saliamo la breve rampa arrivando su un prato, dove ritroviamo il sentiero lasciato per scendere allo stagno di Corte Borin e che nel frattempo ha girato il fianco nord del colle. Anche in questo prato si possono incontrare orchidee, dunque occhio, se è stagione di fioriture. Il percorso è breve ed incontriamo sulla destra la traccia che taglia la riva e scende sull’asfalto, proprio in prossimità del passo dei Ronchi. Superato il "passo" e scesi di pochi metri ritroviamo la stradella del Calbarina: abbiamo chiuso il nostro anello. Per il ritorno in paese si può fare a ritroso il percorso dell’andata. In alternativa seguiremo la strada - attenzione però al traffico! — passando accanto a villa Centanin, dove la Fondazione musicale Masiero - Centanin ha allestito un’interessante mostra di pianoforti antichi. Scesi su Via Costa si raggiunge con calma la piazza con l’arca del Poeta.