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La Val Pomaro ed il Mottolone

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 La Val Pomaro ed il Mottolone

A cura del Prof. Antonio Mazzetti

 

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Presentazione:
L’itinerario non presenta alcuna difficoltà e si può fare in ogni stagione dell’anno. Il tracciato corre su piacevole stradella asfaltata, che diventa sterrata solo per un breve tratto. Si prende gradualmente quota risalendo la luminosa Val Pomaro. Accompagnati dall’incantevole vista dei colli e dei coltivi, si raggiunge la sommità assolata del Mottolone: un poggio per buongustai del paesaggio. Discenderemo quindi tagliando il fianco del monte Ventolone fino alle spalle del borgo alto di Arquà. Normalmente la passeggiata si fa di mattina, ma chi partirà verso sera proverà emozioni aggiuntive nella magica atmosfera che precede il tramonto.

Foto dell'itinerario

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Dalla Piazzetta san Marco, volgendo le spalle all’arco della Loggia dei Vicari, iniziamo la salita passando sotto la colonna col leone della Serenissima repubblica. Superato il simpatico bar Ventolone — alle cui spalle vi è un ampio e comodo parcheggio — percorriamo alcune decine di metri fino ad incontrare, sulla sinistra, la stradella che entra in Val Pomaro. Prima di svoltare però giriamoci ad ammirare l’armonia architettonica del borgo addossato all’altura dove sorgeva il castello. Imboccata la via scendiamo dolcemente tra un vecchio muro e una siepe, accompagnati da piccoli melograni, rosmarini, mandorli, lillà, olivi e spaccasassi. Ad aprile i ciuffi rosa intenso dell’albero di Giuda donano a quest’angolo un ulteriore tocco di colore e serenità. Sulla destra notiamo gli strati della scaglia rossa: la roccia sedimentaria cretacea che forma buona parte delle morbide ondulazioni calcaree del settore centro meridionale dei colli Euganei. Più avanti ci accompagna un vecchio muro in trachite. Davanti si apre la Val Pomaro chiusa dalla costa del monte delle Oche, dove un largo macchione scuro segna un rimboschimento a conifere. Là in mezzo passa il tratto finale del Sentiero Atestino, che potremmo utilizzare come alternativa breve al nostro itinerario. Sulla sinistra abbiamo il cupolone boscoso del monte Ventolone. Osservando bei coltivi che digradano a giropoggio arriviamo alla svolta di una piccola insenatura, dove ci fermiamo a gustare (e magari fotografare) il più classico dei paesaggi euganei: i coni di Calaone che si alzano sopra la morbida cupola del Covolo e le pieghe del monte Cecilia di Baone. La stradella continua a calare dolcemente, con andamento sinuoso, tra alberi di Giuda, bagolari o spaccasassi, robinie e ciuffi di canna selvatica. Dopo il ristorante "La cucina d’Arquà" la via si restringe un po’ e inizia a salire. Camminiamo a lato di un bel muro in sasso vulcanico e ci accompagnano il mandorlo, il fico, l’ailanto, il bagolaro, il moro cinese e l’albero di Giuda. Arriviamo ad un’alta scarpata rocciosa imbrigliata in una rete. La parte inferiore della parete è formata da scura roccia vulcanica (riolite) che ha sollevato i chiari strati della scaglia rossa. È ben evidente il punto di contatto tra la roccia lavica e la formazione sedimentaria marina. Siamo di fronte ad un piccolo ma emozionante esempio di come si sono formati, circa 35 milioni d’anni fa, i colli Euganei. Ripresa la salita incontriamo un moderno capitello dedicato alla Madonna, posto sotto una costa luminosa con ginestre, dove gli olivi sono sostenuti da piazzole con muretti a secco di scaglia rossa. Ad ottobre nere olive punteggiano l’argentea chioma di questi nobili alberi. La strada piega e s’appressa alla parte superiore della valle, alla cui fine troviamo il ristorante "Val Pomaro": luogo appartato in bella posizione, ideale per una breve sosta. Con un’angusta strettoia alle spalle dell’edificio la strada passa sull’altro versante della valle continuando a salire dolcemente. Tra i rami scorgiamo il borgo alto d’Arquà col campaniletto della SS. Trinità, dietro al quale emerge l’ondulato profilo del monte Ricco. Un filare di cinque giovani cipressi ci porta alla testata del monte delle Oche, dove arriva la stradina asfaltata che ha risalito l’assolato crinale, provenendo dal ristorante che ricorda la poetessa Vittoria Aganoor. Come annunciato prima, volendo abbreviare il percorso, si può scendere per un centinaio di metri per questa stradella ingentilita dai mandorli. Prestando attenzione sulla sinistra, all’altezza del palo della linea elettrica scenderemo a lato di questo e, costeggiando l’arido prato, con bella vista sul paese, troveremo il sentierino che entra nel rimboschimento della Forestale dove, sotto una roverella, un paio di panche offrono un momento di relax. Seguendo il tranquillo sentierino tra una varia vegetazione, giungeremo sul fondo della valle presso una casetta che ancora porta nel vecchio intonaco a fasce bianco-rosa a memoria della sua appartenenza ai possedimenti della famiglia Centanin. Da lì, seguendo la stradella sterrata, in breve si giunge al bivio di Via Valleselle, dove una rampa ci porterà sotto il balcone della casa del Poeta e quindi alla piazzetta San Marco. Continuando invece la nostra appassionante passeggiata proseguiamo dritti e, alla curva successiva, usciamo sul crinale luminoso di un promontorio calcareo dominato dall’arida gobba del Mottolone ingentilita da giovani olivi e da un vecchio rimboschimento. La strada diventa quasi piana e, accanto ad un filare di mandorli, a marzo candido di fiori, ammiriamo l’ampio versante del Ventolone con boschi misti di castagno, rovere e robinia nella parte superiore e ben curati coltivi a vite, olivo e rosmarino in basso: di là passeremo per ritornare ad Arquà. Superata la stradina che porta alla cantina delle Marlonghe, dove in grotta maturano i pregiati vini di Vignalta, affrontiamo una rampa assolata in un contesto paesaggistico che richiama suggestioni del Mezzogiorno d’Italia. Al culmine ci affacciamo sul settore centro meridionale dei Colli, sopra la valle di San Giorgio. Vediamo il complesso di villa Beatrice sulla cima allungata del monte Gemola collegata da un’alta sella al forte cono boscoso del Rusta, ornato alla base dai vigneti delle Ganbarane. Dietro la sella spunta il monte Cinto. Suggestivo il crinale pianeggiante di monte Fasolo, con il famoso viale dei mandorli, la bianca fattoria e i cipressi secolari del tempietto di san Gaetano. Alle spalle si alza l’ampia cupola del Venda, con le grandi antenne e le imponenti rovine del monastero degli Olivetani. A tanta bellezza corrisponde nella parte bassa del nostro paesaggio un’inaccettabile situazione d’abbandono e di degrado che mortifica quanti amano questi colli… Appressandoci al tristo "pianoro spellato", che domina la solitaria e tormentata Val de Grù, superiamo la stradina che arriva dal passo del Sassonegro e, dopo il culmine, scendiamo tra belle roverelle, vivaci cespugli di scotano, biancospino, ligustro e viburno. Entriamo in un’arruffata galleria a robinia, sambuco e rovi, con acero campestre, nocciolo ed un gran biancospino sulla riva destra. Fatti pochi passi, dove la strada piega a sinistra verso una casa, inizia sulla destra uno sterrato: lo imbocchiamo portandoci alla testata del profondo Calto Callegaro dal quale sale un’aria fine che sa di bosco fresco. Riprendiamo a salire entrando in una ricca galleria d’essenze arboree: roverella, carpino nero, nocciolo, robinia, acero campestre, olmo e orniello. All’uscita la strada si spiana e corre alle spalle del dosso prativo del Mottolone, accompagnata da una folta siepe di carpino e orniello: bella a primavera per il verde tenerissimo e precoce del fogliame mentre in autunno si veste delle calde tonalità del giallo e del rosso. Al termine del rettifilo ombreggiato deviamo a destra per il sentiero di scaglie sconnesse che sale ai prati ventosi e soleggiati del Mottolone. Siamo a quota 284 metri e, anche se il luogo non è curato come meriterebbe, il panorama giustifica da solo l’escursione. Partendo da est verso nord, osserviamo il solco boscoso del Calto Callegaro scendere verso le terre vallive di Valsanzibio, chiuse dal colle isolato di Lispida e dagli alberghi termali di Galzignano. Alle spalle di questi un’arcuata dorsale, che si alza con il monte delle Croci di Battaglia Terme, prosegue con lo Spinefrasse ed il Castellone, culmina nella doppia cima dirupata del monte Ceva. Più in fondo la mossa giogaia dei monti Cimisella, Trevisan e delle Valli chiude la bella conca dei Regazzoni. Dall’altra parte della valle abbiamo il versante dell’Orbieso e antichi coltivi abbandonati sopra i quali si allunga la cresta, con le antenne, dei monti Gallo e Peraro; in alto il Venda ed il Vendevolo, davanti a questi la schiena del monte Fasolo con i vasti vigneti. Quindi il Rusta, il Cinto e il Gemola che digrada sopra lo stretto golfo di Valle San Giorgio, oltre il quale svettano i nobili coni di Calaone. Verso sud est il monte Ricco di Monselice e la vasta pianura. Ritornati sulla nostra via e fatti pochi passi, troviamo a sinistra l’uscita del sentiero che ha tagliato i boschi a tramontana del monte Ventolone. Subito dopo ritorna l’asfalto presso il bivio della strada che porta alla cima del monte a quota 407 metri. Chi volesse salire sul Ventolone potrebbe seguirla agevolmente: è asfaltata e chiusa al traffico, ma tutto sommato non vale la pena compiere questo dislivello perché la vegetazione chiude la vista e la sommità è interdetta dalla recinzione di un impianto radio emittente. Tra andata e ritorno questa deviazione richiederebbe un tempo aggiuntivo di quasi un’ora. Proseguiamo quindi in piano per la luminosa stradella, ritrovando l’aereo paesaggio sopra la Val Pomaro che abbiamo risalito, le dolci colline di Baone e Calaone e la pianura dell’Adige e del Po. Costeggiamo ordinati coltivi dove alla vigna si accompagnano il giuggiolo, il melograno, il fico, il rosmarino e l’olivo, che su questa costa assolata matura i propri frutti già a fine ottobre. Le olive, localmente dette pomèe, saranno portate subito al prestrìn giù in paese - così è chiamato ad Arquà il frantoio: nobile voce dialettale che mantiene il termine latino pistrinum — e daranno un olio prezioso per il sapore e l’alta qualità. La discesa è piacevole e, sfiorato l’angolo di una casa, scopriamo, poco dentro il sentierino a sinistra, il tronco possente e sofferto di un maronàro centenario. Quindi la strada s’infossa all’ombra di due spalle rocciose e cala serpeggiando perdendo rapidamente quota. Poco sotto ricompare la scaglia e il paesaggio torna ad aprirsi su Arquà, sul monte Ricco e la campagna. Fatta una stretta e ripida doppia curva, dove parte il sentiero che raggiunge la sella tra il monte Piccolo ed il Ventolone, la discesa continua ombreggiata da alte siepi di robinia che chiudono giardini di case signorili. Usciamo al sole presso un incrocio: troviamo le prime case del paese e, sull’angolo della vietta con la quale inizia il Sentiero Atestino, uno slargo del muraglione che accoglie la nicchia con bella statua in pietra chiara della Madonna con Bambino. Ancora pochi passi e, superato il ristorante Miravalle, chiudiamo l’anello ritrovando l’imbocco della Val Pomaro e la bella prospettiva sul Montecastello.